Sfogliando la stampa locale nella Biblioteca civica di Ascoli Piceno, si incontra nel Nuovo Piceno del 4 dicembre 1954 una notizia cui è stato dato un certo rilievo:su quattro colonne il cronista titola a grossi caratteri: “Venagrande. Il corpo bandistico festeggia la propria patrona: S Cecilia" ” L’Articolo è corredato di una foto e questo per l’epoca, dato il costo elevato di un cliché, costituisce un fatto eccezionale, dunque, il complesso bandistico di questa frazione di Ascoli Piceno attirava su di sé l’attenzione dei fogli locali che col trascorrere degli anni, hanno avuto diverse occasioni di interessarsene, anche perché esso era ormai divenuto una in primis in quella di San Emidio, in cui oggi è sempre presente fra i pochi scelti per la cerimonia di saluto al Santo, all’interno del Duomo, il 26 Luglio, ad apertura dei grandi festeggiamenti patronali.
La cerimonia è davvero suggestiva : le bande sono in attesa gia schierate a Piazza Arringo; gli occhi della folla sono fissi al campanile a cogliere, alle diciotto in punto, il primo lento ondeggiare delle campane. All’inizio dello scampanio le bande sfilano ed entrano in Duomo una alla volta e il rombo degli strumenti a percussione,accompagnati da quelli a fiato, si mescola ai rintocchi dei campanoni che si sciolgono a festa e l’assordante fragore dei tric trac, la cui densa nube di fumo finisce per avvolgere suoni, immagini e colori in una scena travolgente ed irreale che lascia tutti i sensi stordititi e come inebriati, così che la sacralita’ del rito cristiano sembra per un attimo riacquistare remoti significati pagani.
Elegante la divisa, altero il portamento, i componenti il complesso di Venagrande appaiono particolarmente fieri e consapevoli portatori di una tradizione antica ed importante. Eppure la storia di questo complesso , forse non molto articolata e ricca di episodi di spicco, è certamente significativa, ed anche suggestiva,se si è sensibili al fascino delle realtà di certe piccole società rurali dell’entroterra ascolano, sperdute fra i monti e gli avamposti del fatato Appennino, modeste e nascoste, ma impregnate, a saperle scoprire, di antichità di storia e ricchezza di tradizioni. Questa storia ebbe il suo inizio ideale il 28 aprile 1898, quando,come risulta da un registro parrocchiale, Achille Romeo Scaramucci detto Rome' calzolaio di Castignano,ventisettenne, sposò Filomena Mariani, di Venagrande, ed andò a stabilirsi, nel paese della sposa. L’intraprendente giovane, nel comprensibile proposito di rendere il più agiate possibile le condizioni economiche della sua famiglia, cominciò a gestire uno spaccio di tabacchi, generi alimentari e dolciumi, con rivendita di vino per conto dei Priori,i più ricchi possidenti della zona.
Ancora oggi, sull’ultimo tornante all’ingresso del paese, si vede l’antico locale, ristrutturato. Proprio lì vicino , un moderno bar,come affermano gli abitanti del luogo, costituisce il centro della vita ricreativa e sociale locale. Così è cambiato anche l’intero paese, ma l’antico è ancora distinguibile,arroccato a difesa su un’altura cui si accede per una salitella, secondo uno dei più diffusi sistemi di insediamenti medievali. L’antica Venagrande,il cui nome primitivo era Venacaprignana, sviluppa i suoi centri focali sui due gioghi del colle: su quello settentrionale la bella Chiesa di S. Maria Assunta in Cielo, con lo slanciato campanile che domina e indica lontano, su quello meridionale una serpeggiante dirupata stradina s’inerpica fra le fitte case disposte asimmetriche ( la maggior parte di esse ha conservato, almeno esteriormente, i caratteri originari) in un groviglio di vicoli e viuzze. Tutto intorno, il bel paesaggio ascolano: la città, in basso, a soli sei chilometri, oltre una distesa di campi; l’incombente aspro profilo vagamente primordiale Monte dell’Ascenzione, accanto alla stupenda rocca di Monteadamo, anticamente il centro principale della zona; la catena dei Sibillini Azzurra in lontananza; poi, verso nord, tutto un susseguirsi di piccoli erti colli, anguste vallette, brevi pendii dolci o scoscesi; ovunque case sparse in mezzo alle tipiche colture della tradizione mezzadriche, verde di lividi ulivi, di querce e acacie e profumo di menta e di spigo.

Un paese fino a trenta anni fa appartato a causa della mancanza di un’agevole via di comunicazione, anche se vicino alla città, ma che ancora oggi conserva un gran senso di pace,un’aria limpida e pura. Ancora oggi,nonostante che anche Venagrande abbia risentito in maniera evidente dell’industrializzazione della vallata del Tronto, esplosa negli anni 70; i giovani vanno a lavorare in città e nella zona industriale senza necessariamente trasferirsi,data la vicinanza di Ascoli; gli anziani restano in paese,dove si è curata con amore la manutenzione degli antichi edifici ( peraltro spesso difficile,visto che in passato è stato diffusamente usato,tra i materiali di costruzione, il gesso delle vicinanze cave dei Priori) e sono sorte molte case nuove, sia intorno al paese che nelle adiacenze. Secondo uno schema tipico marchigiano, non raro che figli operai degli anziani contadini abbiano conservato o acquistato il podere e tornino agricoltori accanto ai loro genitori, magari su un fazzoletto di terra in cui si coltiva un pò di tutto, nel tempo libero. Ma come il paese, accettando la modernità ed usufruendone, ha saputo urbanisticamente conservare intatto il proprio cuore, così ha saputo conservare le tradizioni culturali e tra le più significative di queste è senz’altro la banda. Torniamo, dunque , alla Venagrande degli inizi del Novecento, in cui, gia da tempo, la dimensione “musicale” era rappresentata dal calzolaio Giuseppe Marini, detto “ Steppì “, che suonava il tamburo.
In genere questi rudimentali complessi musicali erano formati esclusivamente da grancassa e tamburo, ai quali in seguito si aggiunsero i piatti. Il tamburino esercitava anche la funzione di comico ed eseguiva giochi di prestigio con le bacchette, costituendo, insieme con il gioco dello “ scocciapignatta”,uno dei momenti di principale attrazione nelle feste campagnole, annunciate, fin dalla mattina, dai “ Colpi scuri “ che riecheggiavano nelle vallate circostanti. “ Steppì” apparteneva a questa tradizione: insieme con i nipoti preferiti si spostava nei dintorni ( Vallesenzana, Castel S. Pietro, Monsampietro, ecc. fino nel Fermano). Partivano a piedi il pomeriggio del sabato e rientravano il lunedì mattina all’alba, ancora sotto i fumi del buon vino che aveva abbondantemente innaffiato il cibo offerto in copia dai paesani e con in tasca qualche lira in più. Il mestiere esercitato da “ Steppì” costituisce un particolare di un qualche rilievo nel senso che non era raro che i musicanti dei primi rudimentali complessi paesani fossero specialmente sarti e calzolai , presumibilmente favoriti dal tipo più delicato di manualità richiesto dal loro lavoro.
Dalla famiglia di questa artigiano uscirono i migliori esecutori della futura banda, ma lui rimase sempre orgogliosamente appartato, fiero della sua festosa e comica musica personale. L’osteria di Romeo Scaramucci, dunque, era l’ unico punto di incontro e di svago del paese: si bevevo vino , si giocava a carte, si fumava qualche toscano, si discuteva del racconto, dei problemi della dura sopravivenza di allora. Gli abitanti del luogo, infatti, come nel resto delle Marche, era assai diffusa la mezzadria e sono noti i disagi legati all’epoca, specialmente a questo tipo di struttura economica. Pochissimi erano gli artigiani: due sarti, due calzolai; mancava perfino il falegname. “ Romè”, giovane, come si è visto, non privo di vivacità e spirito di iniziativa, deve cominciare presto a sentirsi oppresso dalla noia di quelle riunioni sempre uguali, sera dopo sera, e decise di animare un po’ l’ambiente. Egli era un appassionato di musica; suonava infatti, il basso: aveva imparato, gia in giovanissima eta’, nella banda di Castignano e si può supporre che avesse coltivato questa passione a Roma, quando prestava servizio nella Guardia di Finanza. Ma suonare il basso da soli alla lunga può finire col rivelarsi piuttosto deprimente e “Romè” pensò di farsi promotore di un complesso musicale: d’altra parte qualche giovane del luogo dotato di sensibilità fu certamente interessato alla cosa, ma si trattava di gente che tutto il giorno lavorava nei campi, abituata a maneggiare la zappa, e tutt’al più aveva pratica di organetto nelle feste del paese.
Nella rivendita dello Scaramucci, così, intorno al 1906 cominciò a nascere l’idea della futura banda. I primi due giovani del luogo che concorsero con entusiasmo al progetto furono Domenico Croci, genero di “ Steppì”, detto “ Fennecella “ ( secondo l’usanza, praticata specialmente nelle campagne, di attribuire un soprannome all’intera famiglia, ma anche , spesso, alla singola persona)e Giovanni Croci, “ Cemì” cugino di Domenico. Ben presto altri giovani cominciarono ad unirsi al gruppetto iniziale e il complesso si fece sempre più numeroso. C’è chi sostiene che un impulso fu dato anche da alcuni operai di Civitella ( Te ) che lavorarono per qualche tempèo in paese portando con se entusiasmo della propria tradizione musicale . Venagrande si avviava così a diventare l’unica frazione di Ascoli Piceno con una propria Fanfara. Il fatto era , dunque, eccezionale, mentre bande e fanfare erano molto diffuse nei comuni Ascolane : negli immediati dintorni tra le più note erano quelle di Acquasanta, Appianano, Castignano, Force, Monsampolo, Venarotta,Offida .

La fiorente tradizione bandistica nell’ascolano può forse spiegarsi con l’influenza esercitata dal limitrofo Abruzzo, in cui, questo tipo di complesso musicale era diffuso eseguito con una passione particolare. Ad esempio , si narra che la sera la vicina Civitella, la cui banda era tanta famosa da essere diventata proverbiale , si trasformava in un vero e proprio “ paese musicale”; avvicinandosi infatti alle pendici del colle su cui essa sorge, si sentiva gia chiaramente il confondersi delle note dei diversi strumenti ai quali ciascun suonatore si esercitava appena finito il lavoro. Come si spiega, dunque , l’eccezione costituita da Venagrande? Forse la ragione va ricercata nel fatto che essa era la frazione più popolosa e fiorente dell’entroterra ascolano. Dall’Annuario della provincia di Ascoli Piceno del 1865 ( Ascoli Piceno 1865 ) risulta che mentre Montavamo, che dava il nome alla circoscrizione comunale, contava 50 abitanti, Venagrande 317 , seguita da Monsampolo 198 ; degli altri otto centri secondari,solo cinque avevano un numero di abitanti 1936, risulta,all’interno del comune di Ascoli ( 38100 abitanti ), che la popolazione di Venagrande aumentava a 394 unità, perciò questa frazione era la più popolosa della circoscrizione comunale. La prosperità di questa frazione, all’interno di un contesto secolarmente stagnante nella propria condizione economica mezzadrie, tenuto conto della scarsa produttività della terra poco fertile e ortograficamente di difficile coltivazione, va certo considerata in senso relativo ad altre frazioni ancora più disagiate dell’interno, mentre a suo favore si possono annoverare probabilmente almeno due elementi: la vicinanza alla città e una discreta produttività dei terreni della zona sud-est unita ad una redditizia lavorazione della canapa.
Dunque origine della fanfara di Venagrande, oltre che nell’elemento basilare dello spirito d’iniziativa di Romeo Scaramucci e dei suoi due amici Croci si può ricercare anche nelle favorevoli condizioni ambientali: reperibilità di elementi disponibili nell’ampiezza della popolazione, apertura culturale data dalla vicinanza di Ascoli, aspirazione ad uno status Symbol che segnalasse una certa superiorità rispetto alle altre frazioni dell’entroterra ascolano. Reperiti i futuri musicanti,occorreva tuttavia chi fornisse il denaro necessario per realizzare l’iniziativa, in un’epoca in cui la popolazione aveva spesso problemi di stretta sopravvivenza,era infatti impensabile un’auto finanziamento. Il mecenate non poteva essere che Francesco Priori, il più eminente notabile locale, che possedeva gran parte delle terre della zona: le sue proprietà si estendevano fino a Tortoreto ( TE ). A questa famiglia appartenevano anche ricchi palazzi ad Ascoli, le gia citate cave di gesso ed un mulino del ferro. I Priori ( amici dei Merli di Ascoli) furono i primi ad introdurre l’elettricità a Venagrande allo scopo di migliorare la loro produzione industriale. In paese si tramandava una leggenda secondala quale i Priori, originari di Venapiccola, dovevano la loro fortuna al ritrovamento di una caldaia di rame piena di monete d’oro. In seguitoi Venagrandesi sono stati rinominati come accaniti cercatori di tesori, ma pare che finora non ne sia stati trovati alcuno.
Ancora ai primi del Novecento i notabili conservavano i loro ruoli tipici ottocenteschi: erano loro che,detenevano il potere economico e politico,diventano anche i promotori della vita culturale locale, ad esempio creavano teatri e circoli, generalmente riservati alla propria classe sociale, ma svolgevano anche una certa attività paternalistica - filantropica nei confronti delle classi inferiori. I Priori,dunque non venne meno agli obblighi tradizionalmente legati al suo ruolo e fornì denaro con cui furono acquistati gli strumenti musicali. Fu poi necessario provvedere ad un maestro che insegnasse a suonare a quei giovani tanto volenterosi ed entusiasti quanto,perla maggior parte, inesperti di musica. Fortuna volle che in una vicina frazione abitasse un insegnante elementare, che la gente del luogo ricorda semplicemente come “ Il maestro di Casalena “, appassionato di musica e generosamente disposto ad impartire i primi rudimenti. Così quei giovani aspiranti suonatori,terminata la faticosa giornata di lavoro nei campi o –pochi di loro – nella bottega artigiana, si a radunavano in un locale del paese improvvisato a scuola ed ognuno, messi da parte gli strumenti di lavoro prendeva con mano ancora inesperta,ma con tanta buona volontà, quelli musicali. Così nel villaggio i rumori consueti della sera: i muggiti dei buoi nelle stalle, il belato delle pecore, l’abbaiare dei cani , i richiami di donne, le grida dei bambini,i rintocchi della campana, si confondevano con le note ancora inesperte ed esitanti di trombe, tromboni, grancassa, in una strana inusitata armonia. Così anche Venagrande diveniva, al calar della sera, “ paese musicale “ .
Certo si può immaginare la difficoltà dell’impresa , ma l’impegno di quei giovani è testimoniato dal fatto che tra l’idea iniziale di formare una fanfara e la prima uscita pubblica del complesso passarono addirittura alcuni anni e tale lasso di tempo indica senza dubbio la passione, la perseveranza , la capacità di non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà ed alla fatica e lo spirito di sacrificio e di adattamento che i musicanti profusero nel loro intento; caratteristiche, queste, non solo di quel piccolo gruppo, ma dell’intera popolazione ascolana e,più in generale, di quella marchigiana. Nacque così la Fanfara di Venagrande, che fece il suo esordio il giorno di S. Caterina, nel 1911, festività scelta in omaggio alla madre del Priori, della quale in quel giorno ricorreva l’onomastico. Per l’occasione, se non fu possibile arrivare al lusso di una divisa completa, ogni musicante ebbe almeno il berretto, che, in fondo, della divisa è parte essenziale.

Si legge in un lungo articolo della Voce Adriatica, del 12 Maggio 1965 intitolato “ La Banda di Venagrande – Oltre mezzo secolo di lusinghieri successi “, articolo che delinea, sia pure con qualche inesattezza, una sintesi della storia di questo complesso musicale: Nel lontano 1911, mentre in Libia cominciava a tuonare il cannone, nella piccola frazione di Venagrande riecheggiavano le prime note della banda musicale che ininterrottamente ha svolto la sua attività fino ad oggi. Per allora , come si è detto, non si trattava ancora certo di una banda,bensì di una semplice fanfara ,vale a dire un complesso limitato agli ottoni, in genere trombe, e di strumenti a percussione ( tamburi ecc.) . Le musiche eseguite dalle fanfare sono ritornelli brevi o frasi marziali se servono ad accompagnare parate o cortei, oppure frasi più semplici se devono dare ritmo alle marce. Le fanfare nacquero alla metà dell’Ottocento, quando si ripristinò l’istituzione medievale della milizia cittadina con la formazione di Guardia Civica , preposta alla difesa della città da eventuali movimenti insurrezionali antigovernativi. Ad Ascoli la Guardia Civica fu istituita dapprima durante la rivoluzione francese , poi ebbe un nuovo impulso durante i moti del ’31 e soprattutto nel ’48 e nel ’60. Questi corpi paramilitari di tanto in tanto facevano marce e giri per la città e avevano bisogno di chi desse loro la cadenza: risorsero così le fanfare. Quando, negli anni ’70-’80, la Guardia Civica fu destituita, le fanfare continuarono a svolgere la loro attività in occasione di feste civili e religiose.
I componenti della Fanfara di Venagrande, oltre ai gia citati Romeo Scaramucci ( Basso ), a Domenico Croci ( Tromba ) e Giovanni Croci ( trombone ), erano Tommaso Bachetti, detto “ Temassì” ( Basso ), Giovanni Marini , detto “ Coccia “( Genis ). Costoro conoscevano già un po’ di musica. Poi c’erano Eugenio Tartaglia, detto “ Tacchio”( Genis ); Annibale Marini,” Lu Maghe” ( Tromba ) ; Domenico Agostini ,” Careddie” ( Bombardino ); Emidio Nardi,” Bianco “(Bombardino ); Cesare Agostini ,” Vecchio” o “Lu Frate” ( tromba); Michele Agostino “ Mecchielitte” ( Cassa); Vincenzo Capriotti, “ Campanelle”( Piatti); Francesco Marini, “ Stecchì” ( Tamburo); Savino De Angelis, “Lu Sarte” ( Basso). La prima uscita ufficiale del complesso di Venagrande fuori dal pese avvenne in occasione della festa patronale di Giustimana (AP) e in seguito esso si affermò sempre di più nelle frazioni dei dintorni: si caricavano gli strumenti cu un carretto e si partiva a dorso di mulo, dopo aver fatto onore alla tradizione instaurata da Francesco Priori,che per l’occasione apriva ai musicanti la propria cantina. Arrivava la fanfara e nei più sperduti villaggi le feste rurali acquistavano brio e tono, le semplici processioni imponenza, i funerali solennità ( all’epoca non c’era persona, per quanto di modeste condizioni,che contenesse assicurarsi l’accompagnamento musicale al proprio funerale). I musicanti venivano ospitati in varie case e il compenso alla loro fatica, oltre alla soddisfazione morale, consisteva, a seconda delle circostanze e delle possibilità degli utenti, di una semplice merenda o di un buon pranzo,oltre ad un compenso in denaro offerto da “ Lu festaruole” di turno. Fece epoca e si ricorda ancora il lauto pranzo offerto nella stessa Venagrande dalla famiglia Petrocchi, una delle più benestanti e stimatr della zona.in occasione dell’ordinazione sacerdotale del loro congiunto Don Alessandro.
Quando i suonatori ripartivano, spesso veniva loro offerto altro cibo locale da portar via. Si racconta che una volta un suonatore di grancassa, ospitato in una famiglia particolarmente agiata e generosa,ricevette salumi e frutta secca in quantità. Sia allo scopo di trovare un contenitore idoneo per il trasporto che,forse, per non esser costretto a dividere tanta abbondanza con i suoi compagni, costui pensò bene di svitare il coperchio del suo strumento e riempirlo dei cibi ricevuti,ma, forse per la fretta, l’operazione riuscì male e, mentre egli saliva sul carro, la grancassa all’improvviso si aprì e, rustica cornucopia , rovesciò pezzi di salsiccia e di salame, noci, fichi secchi ed altro ben di Dio, che divenne scherzosa preda degli altri musicanti e in un batter d’occhio sparì. E si giunse alla grande guerra: i più giovani non furono richiamati e così il complesso si conservò in qualche modo anche in quel difficile periodo. Dovette invece partire per il fronte Giovanni Mari, che fu fra i caduti ed il fratello Ernesto in seguito ne sposò la vedova e suonò nel complesso fino a ottanta anni ( poco prima di morire ); il figlio vi suona ancora. Dovette partire anche il presidente Francesco Priori, che incorse in traversie tali che probabilmente non furono estranee alla sua morte precoce subito dopo il suo ritorno. Si legge ancora nell’articolo sopra citato della Voce Adriatica del 12 maggio 1965 : Oltre mezzo secolo di vita ha dato lustro a questo scelto gruppo di amatori del concerto musicale , caratterizzato da molti episodi significativi, da piacevoli ricordi, da belle soddisfazioni,ma anche da lotte e sacrifici. Nell’immediato dopoguerra allorché il complesso riprese la sua attività le difficoltà furono notevoli dovendosi provvedere al rinnovo delle divise, degli strumenti , ma soprattutto alla scelta di nuovi componenti. Tuttavia per volontà di pochi ma volenterosi venagrandesi il complesso è sopravvissuto e, sia pure con grossi sacrifici è andato avanti facendosi onore nelle varie città d’Italia dove è stato inviato a manifestazioni e festeggiamenti.
Va a questo punto sottolineato lo spirito dilettantistico dei musicanti, ad esempio, tutti gli allievi pagavano una quota per il maestro. Al fronte caddero Vincenzo Mari e Lino Coccia. Dopo la guerra, il complesso vide addirittura aumentare il numero dei suoi elementi: molti giovani si unirono, infatti,al nucleo iniziale. La prima foto , del ’21, fu di tutto rispetto: la fanfara apparve per la prima volta con la divisa; è significativo delle condizioni economiche dell’epoca e la passione dei musicanti il fatto che per pagare quelle divise ( tutte scrupolosamente fatte dal sarto Luigi Marini, di Venagrande ) essi accettarono di rimanere senza compenso per un lungo periodo. Nel primo dopoguerra fu direttore il M° Giuseppe Poli ( dal 1921 al 1930), che era in grado di avviare con maggior perizia gli allievi allo studio dei vari strumenti; quelli che volevano apprendere a suonare gli strumenti ad ance, li mandava quindi ad Ascoli dal Maestro Virgilio Urbani. Fu appunto con quest’ultimo,maestro patentato, virtuoso di clarinetto nella Banda di Ascoli, che il complesso di Venagrande registrò un notevole salto di qualità. Il M° Urbani, che organizzò nella frazione ascolana una vera e propria scuola musicale con molti allievi, diresse in quegli anni anche le bande di Ascoli , dell’ Educatorio provinciale della stessa città e di Loreto Aprutino .Con lui ( rimasto in carica dal 1930 al 1954) , la Fanfara di Venagrande diventò Banda – concerto inserendo anche legni. Il primo dei numerosi concerti si tenne a Stella di Monsampolo, (AP) dove , fra gli altri brani, si ricorda che fu eseguito “ Tutte le feste al tempio” . dal Rigoletto.

In quel periodo, nel 1932, in complesso fu sponsorizzato dall’Associazione Combattenti di Ascoli Piceno, per un compenso annuo di duemila lire, con l’impegno da parte della banda di presenziare a tutte le manifestazioni politico – militari che si sarebbero svolte nella città, come per esempio in occasione dell’ingresso o alla partenza dei battaglioni, festività nazionali e parate. Poiché quest’associazione organizzava pure feste, soprattutto veglioni di carnevale, anche a causa dell’importanza della tradizione carnevalesca nella vita cittadina ben presto la Banda di Venagrande acquistò grande popolarità ad Ascoli. I Venagrandesi ricordano ancora con orgoglio il successo che riportarono nel capoluogo piceno durante le importanti manifestazioni del maggio 1936, in occasione della proclamazione dell’impero. Qualcuno di loro racconta che di prima mattina, in tutta fretta, per ordine del maestro, quelli che erano rimasti in paese si diramarono in tutta la zona a richiamare i musicanti che erano gia al lavoro nei campi. In brevissimo volger di tempo tutti erano radunati con i loro strumenti e già riecheggiavano sicure le note appena imparate di “ Faccetta nera”. Il M° Urbani riuscì a mantenere in vita la banda anche durante la seconda guerra mondiale,anzi in questo periodo incrementò l’insegnamento musicale impartendo lezioni a molti giovanissimi allievi i cui padri erano al fronte, compiendo così anche un’opera altamente meritoria sul piano umanitario. A lui seguì Vincenzo Fede, che col grado di maresciallo aveva diretto per molti anni la banda del reggimento di stanza ad Ascoli. Egli era un’appassionato della musica di Puccini e sotto la sua direzione ( dal 1955 al 1958 ) la Banda di Venagrande arricchì il suo repertorio di molti brani del celebre compositore. Fu con lui che il complesso intervenne , a Roma , al decennale delle ACLI nel 1956.
Il maestro successivo fu Vincenzo Di Savino, pugliese, che aveva diretto per alcuni anni l’appena disciolta Banda di Ascoli . Quindi, nel 1960, gli subentrò Carlo Scoppetta, maestro e compositore, che ebbe l’idea di trasformare il complesso in una grande Banda; per conseguire tale scopo non esitò ad introdurre dei “ rinforzi”, che faceva venire da Pescara, Roma ed altre località. Il repertorio fu arricchito notevolmente di brani di opere, operette, marce sinfoniche anche impegnative e fu suonato in diverse “ piazze” dell’Italia centrale, ma il costo di tale iniziativa era tale che la banda rischiò addirittura il collasso e fu sul punto di sciogliersi. Tuttavia il pericolo fu evitato: i Venagrandesi serrarono le loro file e scelsero come maestro Vinicio Marini, figlio del sarto ( e tamburino ) del paese, allievo del Conservatorio di Teramo. Egli diresse la banda per due anni dal 1961 al 1962 con risultati positivi. Quando il Marini si ritirò, fu sostituito , dal 1963 al 1965 , da Enzo De Santis direttore “ facente funzioni “ , coadiuvato da Giuseppe Paci. Come si è detto, la banda di Ascoli si era sciolta,nel 1958, come scrive T. Benedetto Marini nell’articolo “ Le bande musicali ascolane” ( Flash , VI, 81, Dicembre 1984 ) ed i bandisti di Venagrande, sia per questione di prestigio, sia sperando di poter ricevere dall’Amministrazione comunale lo stesso stanziamento annuo gia fissato per la banda di Ascoli, sia perché molti ex suonatori di Ascoli si erano gia trasferiti presso il loro complesso , pensarono di poterlo “ristrutturare” e denominarlo “ Banda di Ascoli “ .
Il progetto fu realizzato, ma non senza sacrifici: ad esempio, il comm. Pietro Gabrielli, ultimo presidente del concerto bandistico “ Citta’ di Ascoli “ , aveva acquistato ottime stoffe per le divise della sua banda; quando li a poco essa si sciolse, fu la Banda di Venagrande a rilevare le stoffe e far confezionare le divise, rinunciando per tre anni al ricavato delle proprie prestazioni per pagarle. Il 12 maggio 1965 nell’articolo della Voce Adriatica gia citato, il cronista scriveva fra l’altro: Per un consolidamento ed una più sicura garanzia del futuro, il Complesso Bandistico di Venagrande , che sostituisce ormai quello più famoso della città di Ascoli definitivamente scioltosi, ha bisogno ovviamente di concreti aiuti da parte di enti ed associazioni locali. Quindi si puntualizzavano i meriti, le difficoltà, le legittime aspettative, del complesso bandistico. In particolare si metteva in rilievo che la banda sosteneva le spese di affitto e di manutenzione di un locale al centro del paese, adibito a sala per concerti. In questa sala i trentacinque bandisti allora componenti il complesso si radunavano periodicamente per studiare un sempre più raffinato repertorio sotto la guida del maestro De Santis . Si lamentava d’altra parte la graduale riduzione del numero degli esecutori dovuta a due fenomeni sociali di quegli anni: l’emigrazione e il venir meno lo spirito di sacrificio che l’apprendimento dello strumento, le prove serali, spesso molto lunghe , necessarie durante l’inverno per preparare il nuovo repertorio richiedevano.
In quegli anni l’Italia non riusciva a produrre i frutti sperati sia sul piano sociale che su quello economico. Per quanto riguarda specificamente la provincia di Ascoli, poi l’inserimento nella Cassa del Mezzogiorno tardava a sortire effetti di miglioramento economico di rilievo, d’altra parte la soppressione legale della mezzadria del ’64 portava di per se. Naturalmente,i giovani appartenenti alle categorie sociali più disagiate delle campagne a cambiamento di mentalità e di aspettative. Questi fattori determinarono il fenomeno dell’emigrazione, soprattutto all’estero. La modernizzazione dei mezzi di trasporti, inoltre, la diffusione dei mass media , la migliorata scolarizzazione contribuivano al rifiuto di un passato visto ormai come fatalistica rassegnazione allo status quo. Nel campo della musica popolare le canzoni del Festival di san Remo, i moderni complessi rock sostituivano sempre più, anche nelle feste di paese, la tradizionale banda. Nell’articolo sopra citato si sosteneva che sarebbe stato,tuttavia, sufficiente un finanziamento modesto ( circa un milione e mezzo ) per mettere la banda in grado di affrontare la successiva stagione musicale e, in seguito , di aggiungere altri quindici elementi.

L’articolista concludeva: Se la cittadinanza ascolana saprà appoggiare una simile coraggiosa iniziativa potrà far rinascere la sua banda musicale. A distanza di circa un anno, il Corriere Piceno del 9 giugno 1966 tornava sull’argomento intitolando a grossi caratteri un ampio articolo: “ La nuova “ Banda Città di Ascoli” ed informava che essa si era ricostruita su “ iniziativa di tre giovani che, in collaborazione con i migliori elementi della Banda musicale di Venagrande ( fondata nel 1911 ) e della disciolta formazione ascolana, hanno saputo creare un complesso di 50 esecutori”. L ‘articolo polemizzava con le critiche mosse tramite una lettera anonima, pubblicata dal “ Messaggero “, in cui si contestava il fatto che una banda di un piccolo paese potesse arrogarsi il diritto di chiamarsi “ Città di Ascoli “. Il Corriere Piceno rispondeva sottolineando anzitutto che il fatto non era senza precedenti; fra gli altri citava l’esempio di Forcella “ piccolo paesino del Teramano dove qualche anno addietro aveva avuto “ la sua sede e i suoi maggiori esponenti la banda “ Città di Teramo “ “. Evidenziava altresì che “ una buona metà dei componenti la nuova formazione bandistica proviene da una frazione del comune distante appena 6 chilometri dalla città., andava apprezzata piuttosto l’iniziativa di chi cerca di restituire al capoluogo della provincia la sua vecchia banda”. Si aggiungeva che i promotori dell’iniziativa individuavano nella persona del maestro Pietro Corradetti , di Monsampietrangeli ( che dal 1953 al ’56 aveva già diretto la banda della stessa Monsampetrangeli e dal 1960 al ’63 quella di Montappone (AP),un direttore capace ed esperto. Si citava anche l’esibizione della festa nazionale del 2 giugno , che si era svolta nelle vie e nelle piazze ascolane riscotendo un buon successo presso la popolazione, “ comprese le autorità provinciali e comunali, per l’intonazione e la fusione dell’insieme e del decoro della divisa “. Quando al “ diverso impianto di quadri”, si metteva in risalto come esso dipendesse dai mezzi a disposizione; si aggiungeva che al momento poteva considerarsi “ regolare” , ma auspicavano futuri miglioramenti anche in relazione al progetto di sviluppare il repertorio lirico - sinfonico a Rossini e Bellini a Verdi e Puccini, oltre all’incremento di un sempre più ampio settore riservato alle marce. Si riportava, inoltre, la notizia che già arrivavano pere il nuovo complesso numerose richieste di prestazioni, sia per marce che per concerti, da parte di vari centri noti per la loro tradizione musicale e per la loro esperienza organizzativa nel settore, “ il che fa sperare il ripristino della fama di un tempo”. Con il M° Corradetti , che restò in carica dal 1966 al 1968 , la banda suonò, insieme con quella di Petritoli (AP), al Teatro “ Ventidio Basso “, come si specificherà più avanti. La banda “ Città di Ascoli”, dunque, non solo si ricostituì, ma in breve si consolidò al punto che anche Il Resto del Carlino del 17-06-1966 faceva eco al Corriere Piceno pubblicando un articolo elogiativo, corredato da una grande foto e messo in ulteriore risalto dai caratteri in neretto. Scriveva il cronista:
La ricostiruzione della banda “ Citta’ di Ascoli “, avvenuta di recente, ha suscitato comprensibile soddisfazione in molti ambienti cittadini. Dopo tanti anni di attesa finalmente alcuni volenterosi sono riusciti a varare il complesso che raccoglie elementi della banda di Venagrande che i vecchi suonatori della banda ascolana. È per questo che il nuovo complesso ha il nome di “ Concerto bandistico città di Ascoli e Venagrande”. Il Resto del Carlino, mettendo in rilievo il successo ottenuto dal rinnovato complesso bandistico sia Ascoli che in vari altri centri, ribadiva: Lo stesso prefetto di Ascoli, numerose autorità provinciali, i dirigenti dell’ente per il turismo e privati cittadini hanno fatto giungere al complesso i più vivi elogi per le belle esecuzioni.
L’articolo, infine, sottolineava a sua volta il bisogno di aiuti finanziari di Enti e privati “ acciocché si possa potenziare e rinverdire le antiche tradizioni della banda “ Città di Ascoli. Il complesso dunque, aumentava di importanza e godeva di credito sempre maggiore, come attestavano i continui ingaggi, anche da località lontane, e il sempre maggiore interesse della stampa locale. La nuova banda suonava il 19 giugno 1966 a Grottammare, (AP) riscotendo anche qui un buon successo, come scriveva il Corriere Piceno del 2 luglio successivo: la risorta banda “Città di Ascoli” ha dato ufficialmente inizio alla stagione concertistica con il debutto, dinanzi a uno scelto publico, a Grottammare, di domenica 19 giugno scorso. Sono stati eseguiti brani di musica lirica e sinfonica ed un brioso repertorio di musica leggera, in cui sono emersi, insieme all’affiatamento dell’assieme, la sicurezza della becchetta del direttore M° Corradetti e il virtuosismo dei solisti: il clarino Antonino di Pescara, il flicorno tenore Fazzini di Ascoli, il flicorno Volpi di Appianano, il baritono Bachetti di Venagrande, il flicorno Proti di Pescara. Il complesso acquisì un credito sempre più apprezzabile, tanto da essere richiesto non solo nella regione marchigiana, ma anche in quella abruzzese e pugliese , che sono da sempre caratterizzate da una forte vocazione bandistica. Lo stesso giornale, nell’articolo sopra citato annunciava: una tournee concertistica che vedrà impegnata la nostra banda per un lungo periodo nelle più accreditate piazze, ma le quali figurano di P.S.Elpidio (AP) e quella della stessa Ascoli, in occasione dei festeggiamenti padronali di S.Emidio, non che dell’Abruzzo e delle Puglie, dove culto “musica in piazza” è notoriamente sentito e anche praticato.
Con il Prof. Giuseppe Paci, che della ricostituzione della banda “Città di Ascoli”,superando resistenze ed incomprensioni indicibili è stato il più tenace assertore, abbiamo avuto uno scambio vivace di impressioni sulla validità di una formula artistica della quale i moderni mezzi di comunicazione potrebbero - almeno secondo noi – aver decretato la fine. Ebbene, ci ha fatto ricredere perché è innegabile, come egli sostiene, che la “Banda Musicale” è un veicolo validissimo di educazione al livello popolare cui ancora non possono assurgere giradischi, radio e televisione. In questo periodo, dunque, si aprì una sorta di “querelle” fra i sostenitori della tradizione ed i fautori della modernità. Il Corriere Piceno registrava gli umori scrivendo il 21 luglio 1966: Rigoletto in Piazza (Protti, Ferracuti, Saldari). Finalmente, dopo i tradizionali servizi di “Banda” del lungo passato e gli spettacoli drammatici di questi ultimi mesi, anche l’Opera Lirica, ospite gradita ed attesa, farà la sua comparsa nella nostra Piazza. In realtà poi Rigoletto, Andrea Chenier, la Cavalleria Rusticana e i Pagliacci a causa del maltempo, vennero eseguiti in Teatro. Ventidio Basso

Ma il tono diventava infuocato il 14 Agosto seguente: Eco delle feste patronali – Spettacoli di prosa, Carla Fracci, Mina, e i Capelloni. Contro le innovazioni e in difesa delle tradizioni: vogliamo scendere al basso livello della musica leggera, praticata dagli urlatori e dai capelloni verso i quali anche in Ascoli (dopo l’esempio di Pedaso) una parte della popolazione ha reagito per manifestare in qualche modo il proprio dissenso? Speriamo di no. Quando alle bande musicali impegnate, quella di Petritoli e l’altra di Ascoli ricostituita di recente sul ceppo principale di quella di Venagrande, vanno segnalate la loro buone prestazioni, specie in teatro….. Fu eseguito in questa occasione sotto la direzione del M° Corradetti il Terzetto dai Longobardi alla prima Crociata. Il 10 dicembre 1967 il Corriere Piceno scriveva : Un complesso bandistico con la fusione di elementi venagrandesi ed ascolani (…) con 50 esecutori affiatati diretti dal M° Corradetti (Direttore Concertista), Paci ( Direttore Artistico) e De Santis ( Direttore Amministrativo) la Banda ha già tenuto numerosi concerti nelle Marche e negli Abruzzi. Il programma si è articolato con musiche scelte ed un repertorio folkloristico moderno.
Il cronista aggiungeva che per il momento la Banda aveva la sua sede, con la relativa scuola musicale, a Venagrande, ma che in seguito sarebbe stato costruito ad Ascoli un Conservatorio Bandistico. Ma la grande banda comporta grandi spese, così si rivelò una situazione simile a quella che si era verificata ai tempi del M° Scoppetta e ancora una volta fù necessario correre ai ripari per evitare il crollo. Il complesso musicale di Venagrande assunse la denominazione di “Banda Città di Ascoli” dal 1966 al 1968, quindi riprese quella precedente e al M° Corredetti subentrò, per l’anno 1969, il M° Ariobaldo Jodice, che già da due anni svolgeva attività di “Orientamento musicale” per i giovani della frazione. Egli era stato primo clarino della banda della Milizia Aeronautica di Roma, era entrato quindi con la stessa qualifica nel complesso bandistico di Ascoli e aveva diretto in seguito quella dell’Educatorio Provinciale. Con lui, la Banda di Venagrande si esibì per la seconda volta, il 19 marzo 1969, al teatro “Ventidio Basso” riscotendo successo con il seguente programma: La marcia del Tannhauser ; i di C. Scoppetta; la Sinfonia della Forza del Destino; la Sinfonia della Norma, il Preludio del I e del IV atto della Traviata.
Al M° Iodice seguì il M° Luigi Franco, che diresse il complesso di Venagrande dal 1970 al 1987. Nel 1984 divenne presidente Emilio Croci che, coadiuvato dai suoi collaboratori, dovette affrontare il problema non indifferente del superamento di una nuova crisi che stava compromettendo le sorti della banda. Il Messaggero del 2 giugno 1984, in un articolo intitolato: “Venagrande – Un comitato per salvare il Concerto bandistico”, scriveva dopo una premessa storica: Poi il Concerto bandistico musicale di Venagrande ha conosciuto un periodo di crisi […] Le amministrazioni locali hanno quasi “dimenticato” la Banda di Venagrande che è andata in decadenza per ovvie ragioni ( spese per l’acquisto di strumenti, per il maestro ecc.). Quest’anno, per riportare il Concerto (vanto di Venagrande) agli antichi splendori, si è rinnovato il comitato sostenitore. Nuovo presidente è stato eletto Emilio Croci; consiglieri Alvaro Croci e Giuliano Agostini; componenti della commissione Bernardo DeSantis, Ennio Di Marco, Giampiero Buonamici ed Ezio Latini. L’articolista continuava informando che c’era in programma un importante rinnovamento musicale che prevedeva, però, “un paio d’anni di studio e di preparazione” e concludeva: Insomma ci sono tutte le buone intenzioni per riportare in auge l’istituzione bandistica. Certo, però, ci vorrà l’aiuto concreto e la collaborazione di enti locali, associazioni e singoli cittadini.
Uno dei primi provvedimenti fu quello di rinnovarsi sul piano statutario, anche per adeguare l’attività della banda alle più recenti disposizioni di carattere giuridico. Tale problema fu risolto nello stesso anno 1984 con uno statuto che tra l’altro ribadiva il carattere dell’istituzione come Ente morale, apolitico e privo di scopi di lucro. Contemporaneamente fu dato nuovo impulso a tutto il complesso, cercando di metterne sempre più in rilievo la professionalità, che del resto non poteva attuarsi al di fuori di una consona organizzazione. Appena assunta la carica, il presidente si impegnò a prendere contatto con il Ministero del Turismo e dello Spettacolo, con le amministrazioni Comunale e Provinciale, con la Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno e con alcuni privati, ottenendo dei contributi che permisero di rifornire la banda di nuove divise e nuovi strumenti. La prima uscita ufficiale del rinnovamento complesso si ebbe ad Ascoli in occasione dell’incontro internazionale di calcio che disputò allo stadio “Del Duca”, il 3 aprile 1985. Nel 1988 fu il M° Massimo Scardia a dirigere la banda, mentre nel periodo1989 – 90 la direzione fu ripresa dal M° Franco e, dal 1991, dal M° Marini, al quale va, tra l’altro, il merito di aver risuscitato l’interesse dei giovani verso la musica bandistica, come dimostra la frequenza alla scuola anche di giovani provenienti da altre località. Il 19 marzo 1991 è stata stipulata una convenzione fra il Comune di Ascoli e il complesso bandistico, sottoscritta dal presidente Emilio Croci e dal vicesindaco di Ascoli, dott. Giuseppe Brandimarti. Nel documento, fra i punti più qualificanti, il Concerto Bandistico di Venagrande viene individuato come “adeguato per soddisfare le esigenze delle istituzioni pubbliche e dei privati cittadini in occasioni di celebrazioni civili e per le diverse occasione di festività ed anche per assolvere ai compiti di avviamento allo studio della musica dei giovani e delle persone interessate a questo genere di attività culturale. Inoltre, il Comune, riconosce al Corpo Bandistico la funzione di strumento di diffusione della cultura musicale della città. In cambio di un compenso annuo stabilito, peraltro, la banda assunse l’impegno di mantenere un consistente organico; di organizzare almeno un corso di orientamento musicale l’anno, gratuitamente per gli iscritti; di avere un repertorio musicale ampio che dovrà tenere conto di eventuali suggerimenti della Civica Amministrazione, di caratterizzare il concerto medesimo secondo i costumi e le tradizioni locali al fine di dare allo stesso una specifica peculiarità ed immagine quanto più adatta e fedele alla città che rappresenta; inoltre gli esecutori del concerto bandistico , per quanto possibile, dovranno essere scelti tra la locale cittadinanza al fine di meglio caratterizzare lo stesso corpo bandistico.
I contributi hanno permesso di rinnovare completamente il parco strumenti e le divise per un complesso di quarantacinque elementi di cui venti , giovanissimi, hanno frequentato o frequentano conservatori musicali; perciò si può auspicare un ulteriore potenziamento della banda. Questa riqualificazione sta già dando i suoi frutti: nel 1991, ad esempio, si sono registrate ben quarantaquattro uscite. Fra le iniziative prese di recente, va pure menzionato il ripristino di alcune manifestazioni tradizionali come quella “ Pasquella” , del carnevale, delle gite e dei pranzi aperti a tutti i Venagrandesi simpatizzanti della banda, intesa anche come importante centro aggregativi dell’intera comunità paesana. Inoltre si fa sempre più vivo il desiderio di accrescere il prestigio del complesso attraverso la partecipazione a concorsi bandistici. La Banda di Venagrande, dunque sta raggiungendo una notorietà sempre più ampia . Esemplificativa in tal senso – ma anche come segno di apertura a realtà culturali diverse – con gemellaggi con Complessi Bandistici Ungheresi , avvio a nuovi contatti con altri complessi Nazionali ed Esteri,come in Francia a Parigi , al fine di creare un sempre maggiore interesse intorno alla banda stimolando, specialmente nei giovani, la passione per la musica e. più in particolare, per questo specifico genere musicale , a garanzia di un’efficace proiezione verso un futuro che sappia conservare in sé i germi più fecondi di una tradizione nobile e antica.